Condividi

Dona online Iscriviti alla newsletter

Rapporto Annuale 2016

Italia

Manifestazione in favore del matrimonio egualitario. Ferrara, 27 gennaio 2016 © Amnesty International 

Tra gennaio e aprile è stato registrato un aumento vertiginoso del numero di morti tra i rifugiati e i migranti che cercavano di raggiungere l’Italia via mare dall’Africa del Nord. I decessi sono diminuiti dopo che i governi europei hanno dispiegato risorse navali per salvare vite umane in alto mare. Ha destato preoccupazione l’implementazione di un sistema comunitario concordato per controllare gli arrivi, il cosiddetto “approccio hotspot”. È perdurata la discriminazione contro i rom, con migliaia di persone segregate in campi monoetnici. L’Italia non ha introdotto il reato di tortura nella legislazione nazionale né ha creato un’istituzione nazionale indipendente per i diritti umani né ha garantito il riconoscimento giuridico delle coppie formate da persone dello stesso sesso.

Scarica il pdf del capitolo

Continua a leggere

 

DIRITTI DI RIFUGIATI E MIGRANTI

Più di 153.000 rifugiati e migranti sono arrivati in Italia dopo aver attraversato il Mediterraneo centrale su imbarcazioni insicure e sovraffollate. La stragrande maggioranza era partita dall’Africa del Nord ed è stata salvata in mare dalla guardia costiera e dalla marina militare italiana, da imbarcazioni di altri paesi o da navi di Ngo e mercantili.
 
Durante l’anno, circa 2.900 rifugiati e migranti sono morti o scomparsi in mare mentre tentavano la traversata. Il tasso di decessi è aumentato considerevolmente nei primi quattro mesi dell’anno, quando sono stati segnalati circa 1.700 morti, di cui oltre 1.200 a causa di due grossi naufragi nel solo mese di aprile. L’aumento era legato alla riduzione delle risorse per il pattugliamento preventivo, ordinata alla fine del 2014, quando l’operazione “Mare Nostrum” era stata sostituita con la più limitata operazione “Triton”, incentrata sul controllo dei confini e coordinata da Frontex, l’agenzia dell’Eu di gestione delle frontiere.
 
A fine aprile, i governi europei hanno deciso di ripristinare il pattugliamento del Mediterraneo centrale, con un miglioramento dell’operazione “Triton”, il lancio di operazioni di salvataggio indipendenti da parte di singoli governi e l’attivazione di un’operazione militare dell’Eu per contrastare il traffico di esseri umani nel Mediterraneo centromeridionale (Eunavfor Med, poi ribattezzata operazione “Sofia”). Tali misure, insieme all’aumento dell’impegno da parte delle Ngo, hanno portato alla drastica riduzione del numero di morti nei mesi successivi. Tuttavia, a causa dell’elevato numero di persone in movimento, spinte dal deterioramento della situazione nei paesi di origine e di transito, e dell’assenza di alternative sicure e legali per cercare protezione in Europa, hanno continuato a essere registrate perdite di vite umane in mare durante tutto il resto dell’anno.
 
Le autorità italiane hanno avuto difficoltà a garantire adeguate condizioni di accoglienza alle decine di migliaia di persone sbarcate nel paese. Il governo ha applicato un piano per distribuirle in centri di accoglienza su tutto il territorio nazionale, in alcuni casi incontrando una forte resistenza da parte delle autorità e dalla cittadinanza locali, incluse aggressioni violente. A luglio, a Quinto di Treviso, nell’Italia nordorientale, residenti e militanti di estrema destra hanno fatto irruzione in appartamenti destinati a ospitare richiedenti asilo, hanno portato i mobili all’esterno e li hanno bruciati, costringendo le autorità a spostare i richiedenti asilo in un altro luogo.
 
Ad agosto, è stato adottato un decreto legislativo per recepire le direttive comunitarie in materia di asilo e riorganizzare il sistema di accoglienza. È stata espressa preoccupazione per il previsto aumento del ricorso alla detenzione nei centri di identificazione ed espulsione (Cie).
 
A settembre, l’Italia ha iniziato l’applicazione del cosiddetto “approccio hotspot”, in base al quale i richiedenti asilo di determinate nazionalità sarebbero stati individuati per beneficiare della ricollocazione in altri stati membri dell’Eu, dove avrebbero potuto chiedere asilo. A fine anno, 184 persone erano state trasferite grazie al programma di ricollocazione. È stata espressa la preoccupazione che richiedenti asilo e migranti potessero essere sottoposti a detenzione arbitraria e raccolta forzata delle impronte digitali nei centri designati come “hotspot”. In Sicilia, le autorità hanno emesso ordini di espulsione per alcune persone al momento dell’arrivo, sollevando il timore che coloro che non avevano diritto alla ricollocazione potessero essere espulsi, senza che fosse loro precedentemente concessa la possibilità di chiedere asilo o di ottenere informazioni sui loro diritti.
 
A settembre, nel caso Khlaifia, la Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per detenzione arbitraria, maltrattamenti ed espulsioni collettive di un gruppo di tunisini. Il caso, risalente al 2011, riguardava la loro detenzione nel centro di accoglienza di Lampedusa e su navi militari e il loro rimpatrio sommario in Tunisia, senza tener conto della loro situazione individuale.
 
Il reato di “ingresso e soggiorno illegale” nel territorio italiano è rimasto in vigore. Il governo non ha adottato decreti per abolirlo, a dispetto della delega ricevuta a tale fine dal parlamento nell’aprile 2014.

torna su

DISCRIMINAZIONE  

Rom

Migliaia di famiglie rom hanno continuato a vivere in campi e rifugi segregati, spesso in condizioni precarie, come sottolineato a ottobre dalla Commissione delle Nazioni Unite sui diritti economici, sociali e culturali. L’incapacità del governo di applicare efficacemente la strategia nazionale per l’inclusione dei rom (Snir) ha fatto sì che, a quasi quattro anni dalla sua adozione, non siano stati fatti progressi significativi per offrire alloggi alternativi adeguati a famiglie rom che non erano nella condizione di mantenersi. I rom che vivevano nei campi hanno continuato ad avere poche possibilità di accedere all’edilizia popolare, in particolare nella capitale Roma. Sgomberi forzati di rom sono stati segnalati in tutto il paese. A febbraio, circa 200 persone, tra cui bambini e donne incinte, sono state sgomberate dal campo di Lungo Stura Lazio, a Torino. La Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza ha criticato gli sgomberi, spesso eseguiti senza fornire garanzie procedurali e sistemazioni alternative. Ha inoltre ribadito le raccomandazioni per rafforzare l’indipendenza e i poteri dell’ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (Unar), incaricato di coordinare l’attuazione della Snir. Al contrario, il governo ha ridotto le risorse dell’Unar e ha interferito con le sue attività.
 
Con una sentenza storica, a maggio, il tribunale civile di Roma ha riconosciuto che l’assegnazione di alloggi ai rom nel campo monoetnico di La Barbuta, nei pressi dell’aeroporto di Ciampino, in una zona considerata inadatta all’abitazione umana, costituiva una condotta discriminatoria e doveva essere interrotta. A fine anno non risultava che le autorità avessero intrapreso alcuna azione concreta per applicare la sentenza.
 
 
Diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuate
 
A luglio, nel caso Oliari, la Corte europea dei diritti umani ha stabilito che l’Italia aveva violato il diritto alla vita privata e familiare dei ricorrenti, a causa della mancanza di un quadro giuridico di tutela dei diritti delle coppie dello stesso sesso. Ciononostante, il parlamento non ha approvato il disegno di legge già presentato per colmare questa lacuna. A dicembre, la corte d’appello di Roma ha riconosciuto il diritto di una donna ad adottare formalmente la figlia nata dalla sua partner di sesso femminile a seguito d’inseminazione artificiale.
 
A luglio, la Corte di cassazione ha stabilito che le persone transgender dovevano essere in grado di ottenere il riconoscimento legale del genere, senza l’obbligo di sottoporsi ad alcun trattamento medico.
 
A fine anno, il parlamento non aveva ancora approvato le modifiche legislative per estendere anche ai reati omofobici e transfobici l’applicazione delle sanzioni contro i crimini d’odio, già in vigore per quelli basati su altri motivi.

torna su

TORTURA E ALTRI MALTRATTAMENTI

Ad aprile, la camera ha approvato un disegno di legge per integrare il reato di tortura nel diritto interno, che non è però stato adottato dal senato. Analogamente, il governo non ha introdotto l’obbligo di dotare di distintivi identificativi le uniformi degli agenti della forza pubblica, una misura che avrebbe potuto agevolare l’individuazione delle responsabilità in caso di abusi.
 
Ad aprile, nel caso Cestaro, la Corte europea dei diritti umani ha stabilito che nel corso dell’irruzione nella scuola Diaz di Genova, durante il summit del G8 nel 2001, la polizia aveva sottoposto a tortura i manifestanti che si trovavano nell’edificio. La Corte ha sottolineato come nessun funzionario fosse stato condannato per tale trattamento, a causa dell’assenza del reato di tortura nella legislazione nazionale, dell’applicazione della prescrizione e della mancanza di collaborazione da parte della polizia.
 
A fine anno non era ancora entrato in funzione l’ufficio del garante nazionale dei diritti delle persone detenute.

torna su

DECESSI IN CUSTODIA

Nonostante alcuni lenti passi avanti su alcuni casi, sono perdurate le preoccupazioni per la mancanza di accertamento delle responsabilità per i decessi avvenuti in custodia.
 
A giugno è iniziato il processo per omicidio colposo nei confronti di quattro agenti di polizia e tre volontari della Croce rossa italiana nel caso di Riccardo Magherini, morto durante l’arresto in una strada di Firenze, nel marzo 2014. Nei mesi precedenti erano state segnalate carenze nelle indagini.
 
Nel caso di Stefano Cucchi, morto nell’area detenuti di un ospedale di Roma a una settimana dall’arresto, nel 2009, sono emerse nuove prove, tra cui le dichiarazioni di alcuni testimoni, che hanno rafforzato la presunzione che possa essere morto a causa delle percosse. A settembre, la procura ha avviato nuove indagini contro i carabinieri coinvolti nel suo arresto. A dicembre, la Corte di cassazione ha ordinato un nuovo processo nei confronti dei cinque medici che erano stati assolti in appello dalle accuse di omicidio colposo.
 
CONTROTERRORISMO E SICUREZZA
 
A giugno, la Corte europea dei diritti umani ha convocato un’udienza pubblica nel caso Nasr e Ghali. Gli avvocati di Usama Mostafa Hassan Nasr (noto come Abu Omar) e di sua moglie Nabila Ghali hanno sostenuto che agenti della polizia e dell’intelligence italiane erano responsabili di collusione con la Cia americana per il sequestro di Abu Omar nel febbraio 2003 e per i maltrattamenti inflittigli a Milano, per il successivo trasferimento illegale (rendition) in Egitto e per la tortura e altri maltrattamenti subiti durante la detenzione segreta al Cairo. Il caso è rimasto pendente dinanzi alla Corte. A dicembre, il presidente Mattarella ha concesso la grazia a un agente della Cia e una grazia parziale a un altro; entrambi erano stati precedentemente condannati in contumacia da tribunali italiani per il loro ruolo nel rapimento e nella rendition.
 
A febbraio sono state adottate nuove misure antiterrorismo che aumentavano le pene detentive per le persone arruolate da altri per commettere atti di terrorismo e prevedevano pene contro coloro che organizzavano, finanziavano o propagandavano viaggi finalizzati a compiere atti di terrorismo. La legislazione ha reso inoltre reato la partecipazione di un individuo a un conflitto in un territorio estero a sostegno di un’organizzazione terroristica e ha concesso alle autorità giudiziarie il potere di confiscare temporaneamente il passaporto di un sospetto criminale. Le nuove norme hanno inoltre attribuito al governo l’autorità di stilare e aggiornare un elenco di siti web utilizzati per il reclutamento e d’incaricare i fornitori di servizi Internet di bloccarli.

torna su

SVILUPPI LEGISLATIVI, COSTITUZIONALI O ISTITUZIONALI

Nonostante le promesse del governo, ancora una volta l’Italia non è riuscita a creare un’istituzione nazionale per i diritti umani in conformità ai Princìpi relativi allo status delle istituzioni nazionali (Princìpi di Parigi).

torna su