Condividi

Dona online Iscriviti alla newsletter

Rapporto Annuale 2016

Asia e Pacifico - Panoramica

Migranti nelle acque tailandesi © AFP PHOTO / Christophe ARCHAMBAULT

Thailandia - Mare delle Andamane, 14 maggio 2015. Una barca stipata con molti migranti Rohingya compresi molti bambini, trovata alla derivanelle acque della Thailandia. I migranti hanno riferito che molte persone sono morte nei giorni precedenti. © Christophe Archambault /AFP/Getty Images

 

Anche se nella regione Asia e Pacifico è proseguito il rapido cambiamento sociale ed economico, la situazione dei diritti umani è rimasta spesso desolante. La crescente tendenza alla repressione e all’ingiustizia ha compromesso la tutela dei diritti umani nella regione.
 
Una delle minacce principali e ricorrenti per i diritti delle persone è stata l’incapacità degli stati di garantire l’accertamento delle responsabilità, lasciando che l’impunità rimanesse spesso radicata e diffusa, negando la giustizia e lasciando che continuassero le violazioni dei diritti umani, tra cui tortura e altri maltrattamenti. L’impunità ha anche alimentato la sofferenza nei conflitti armati, come in Afghanistan e in Myanmar, e ha perpetuato l’ingiustizia senza garantire la riparazione per i conflitti del passato, come nel caso dell’Indonesia.
 
In molti paesi, lo scollamento tra i governi e le persone è stato forte. Negli ultimi tempi, la gente, in particolare i giovani, ha spesso trovato la forza di far sentire la propria voce per difendere i diritti, anche aiutata da tecnologie e piattaforme di comunicazione a prezzi accessibili, tra cui i social network. I governi, al contrario, hanno frequentemente cercato di proteggersi dall’accertamento delle responsabilità o dalle critiche e alcuni di essi, come quelli di Cina, Cambogia, India, Malesia, Thailandia e Vietnam, hanno intensificato il giro di vite sulle libertà fondamentali. In Laos sono continuate le gravi limitazioni ai diritti alla libertà d’espressione, d’associazione e di riunione pacifica e le autorità hanno ulteriormente rafforzato il controllo sui gruppi della società civile.
 
Nonostante una tendenza globale verso l’abolizione, la pena di morte ha continuato a essere applicata in molti paesi della regione, in particolare in Cina e in Pakistan. L’Indonesia ha ripreso le esecuzioni, le Maldive hanno minacciato di farlo e in Pakistan c’è stato un rapido aumento dopo la revoca della moratoria sulle esecuzioni di civili del dicembre 2014. Tuttavia, ci sono stati anche alcuni passi positivi: le isole Figi sono diventate il 100° paese totalmente abolizionista del mondo e il parlamento della Mongolia ha approvato un nuovo codice penale che ha rimosso la pena di morte per tutti i reati.
 
Milioni di rifugiati e richiedenti asilo hanno dovuto affrontare condizioni durissime in tutta la regione e paesi tanto diversi tra loro, come l’Australia e la Cina, hanno violato il diritto internazionale rimandando con la forza le persone in paesi in cui avrebbero corso un rischio reale di gravi violazioni. Nel golfo del Bengala e nel mare delle Andamane si è verificata una grave crisi umanitaria, con migliaia di rifugiati e migranti abbandonati in mare dai trafficanti di esseri umani, mentre gli stati li hanno inizialmente respinti o sono stati comunque lenti nell’avviare le operazioni di ricerca e soccorso.
 
In Nepal, il devastante terremoto del 25 aprile e le successive scosse di assestamento hanno provocato più di 8.000 morti e 22.000 feriti e hanno sfollato più di 100.000 persone. Il governo si è rifiutato di rinunciare ai costosi dazi doganali che richiedevano molto tempo e alle procedure per le forniture sanitarie e di soccorso, lasciando migliaia di persone in una situazione di bisogno disperato. La nuova costituzione, approvata in tutta fretta all’indomani del terremoto, era caratterizzata da carenze nell’ambito dei diritti umani. La struttura federalista è stata rifiutata da alcuni gruppi etnici e questo ha portato a proteste violente e scontri. Le forze di sicurezza hanno fatto ricorso a un uso eccessivo, non necessario o sproporzionato della forza in diversi scontri con i manifestanti, causando decine di morti.
 
L’estrema repressione e la sistematica violazione di quasi tutti i diritti umani hanno pesato sulla vita delle persone nella Repubblica democratica popolare di Corea (Corea del Nord) e coloro che sono fuggiti dal paese hanno riferito dell’incremento del numero di arresti arbitrari. La riduzione delle razioni giornaliere di cibo ha gravemente minacciato il diritto a un’alimentazione adeguata e centinaia di migliaia di persone hanno continuato a soffrire in campi di prigionia e strutture di detenzione in cui la tortura e altri maltrattamenti erano diffusi e il lavoro forzato era la norma.
 
L’influenza geopolitica della Cina ha continuato a crescere ma all’interno del paese le condizioni dei diritti umani sono rimaste terribili. Con il pretesto di rafforzare la sicurezza nazionale, il governo ha aumentato la repressione, redigendo o adottando una serie di leggi e regolamenti senza precedenti, potenzialmente in grado di mettere a tacere il dissenso e di reprimere i difensori dei diritti umani. Le autorità hanno anche intensificato i controlli su Internet, i mezzi di comunicazione e il mondo accademico.
 
Il periodo precedente alle elezioni generali del Myanmar di novembre, le prime da quando un governo quasi del tutto composto da civili è salito al potere nel 2011, dopo quasi 50 anni di governo militare, si è contraddistinto per la privazione dei diritti politici delle minoranze, in particolare nel contesto della persecuzione dei rohingya e dei conflitti in corso nel nord del paese. Tuttavia, la schiacciante vittoria elettorale della Lega nazionale per la democrazia, guidata dall’ex prigioniera di coscienza Aung San Suu Kyi, è stata un momento storico che ha offerto speranze di cambiamento per i diritti umani. Soltanto in futuro si potrà dire se questo sarà veramente accaduto.
 
Mentre il governo militare della Thailandia ha ritardato i piani per la transizione politica, il paese ha subìto un continuo arretramento nel rispetto dei suoi obblighi sui diritti umani. Le limitazioni al godimento dei diritti umani, in particolare le libertà d’espressione e di riunione, imposte in via temporanea dalle autorità dopo il colpo di stato militare nel 2014, sono state di fatto mantenute e rafforzate.
 
A gennaio, un nuovo governo è salito al potere in Sri Lanka, apportando riforme alla costituzione e promettendo una migliore tutela dei diritti umani. Tuttavia, le violazioni sono rimaste gravi e molteplici, compresi arresti e detenzioni arbitrari, tortura e altri maltrattamenti, sparizioni forzate e decessi in custodia. È rimasto in gran parte irrisolto il problema di lunga data dell’impunità per le violazioni commesse da entrambe le parti in Sri Lanka, durante il conflitto armato terminato nel 2009.

Ci sono stati altri piccoli miglioramenti nella regione, pur se a volte fragili ed esitanti, tra cui timidi passi per affrontare la diffusione della tortura e altri maltrattamenti in Afghanistan, India e Sri Lanka.

Scarica il pdf della panoramica regionale

Continua a leggere

 

AUMENTO DELL’ATTIVISMO

L’attivismo in favore dei diritti umani emerso nella regione Asia e Pacifico negli ultimi anni ha continuato a crescere. Tuttavia, le proteste e altre azioni sono state spesso messe in ombra dagli sforzi delle autorità volti a limitare le libertà d’espressione, d’associazione e di riunione pacifica, anche usando la forza e la violenza.
 
In Vietnam, chi esercitava il proprio diritto alla libertà di riunione pacifica è stato intimidito e vessato; a luglio, le forze di sicurezza hanno picchiato e intimidito attivisti pacifici che tentavano di prendere parte a uno sciopero della fame in solidarietà con i prigionieri di coscienza. Nelle Maldive, centinaia di oppositori politici del governo che partecipavano a proteste pacifiche sono stati arrestati e detenuti e in Malesia gli organizzatori e i partecipanti di manifestazioni non violente sono stati criminalizzati.
 
In Cambogia, il giro di vite sul diritto alla libertà di riunione pacifica avviato nel 2014 è stato rafforzato da condanne penali per i manifestanti. A luglio, 11 membri dell’opposizione e attivisti sono stati giudicati colpevoli per inverosimili accuse d’insurrezione. Avevano preso parte a una manifestazione nella capitale Phnom Penh a luglio 2014, durante la quale si erano verificati scontri con le forze di sicurezza. Nel corso del processo non sono state presentate prove credibili che collegassero gli imputati alle violenze.
 
Pokhara, Nepal, 12 marzo 2015. Iniziativa sulla costruzione di campagne. La maggior parte dei partecipanti è costituita da ragazze © Amnesty International
 
In Thailandia, le pene detentive inflitte a due attivisti per aver messo in scena una commedia sono l’esempio di un modello a cui le autorità militari sono ricorse come non mai, impiegando la legge sulla lesa maestà per prendere di mira la libertà d’espressione. Le autorità hanno continuato a mettere fuori legge le “riunioni politiche” di cinque o più persone e hanno introdotto norme che richiedevano ai manifestanti di ottenere il permesso preventivo della polizia o delle autorità, pena la reclusione. Studenti e attivisti che svolgevano piccole manifestazioni simboliche e pacifiche sono stati spesso vittime di uso eccessivo della forza o arresti e denunce.
 
Nel Myanmar, al brutale giro di vite della polizia sulle manifestazioni di protesta studentesche, in gran parte pacifiche, sono seguiti arresti di massa e diffuse vessazioni nei confronti di leader degli studenti e di tutte le persone legate alle proteste, compresa Phyoe Phyoe Aung, leader della Federazione delle unioni studentesche del Myanmar.

Nella Repubblica di Corea (Corea del Sud) si sono tenute varie manifestazioni per protestare contro la risposta del governo al disastro del traghetto di Sewol del 2014, che causò la morte di oltre 300 persone. Sebbene le proteste siano state per lo più pacifiche, ad aprile la polizia ha bloccato le manifestazioni di piazza nella capitale Seul, in occasione del primo anniversario della tragedia, e ha fatto uso eccessivo della forza contro i partecipanti a una marcia di veglia in memoria delle vittime.

torna su

REPRESSIONE DEL DISSENSO

Molti governi nella regione Asia e Pacifico hanno dimostrato un’intolleranza radicata nei confronti del dissenso e sono ricorsi a restrizioni draconiane dei diritti umani.
 
A maggio ricorreva il primo anniversario della presa del potere da parte dei militari e della dichiarazione della legge marziale in Thailandia. Le autorità hanno adottato misure severe, abusato del sistema giudiziario e consolidato il loro potere per eliminare il dissenso pacifico o qualunque critica al regime militare. Hanno mostrato una continua intolleranza verso il dissenso, arrestando arbitrariamente studenti e attivisti contrari al colpo di stato e trattenendo accademici, giornalisti e parlamentari in detenzione segreta o senza accusa né processo in campi militari. Alcune persone hanno subìto processi iniqui dinanzi a tribunali militari per essersi espresse apertamente contro il golpe. Le autorità hanno punito decine di persone per dichiarazioni o commenti pubblicati su Facebook ritenuti offensivi nei confronti della monarchia e i tribunali hanno inflitto condanne fino a 60 anni di carcere.
 
Il governo della Corea del Nord ha impedito di operare a qualunque partito politico, giornale indipendente od organizzazione indipendente della società civile e ha negato a quasi tutti i cittadini l’utilizzo di servizi di telefonia mobile internazionale. Ciò nonostante, molte persone si sono prese il rischio di effettuare chiamate internazionali. Le persone che vivevano vicino al confine con la Cina hanno approfittato dell’economia privata non ufficiale e hanno utilizzato telefoni cellulari di contrabbando connessi alle reti cinesi per contattare persone al di fuori della Corea del Nord, esponendosi al rischio di sorveglianza, arresto e detenzione.
 
In Cambogia, difensori dei diritti umani sono stati incarcerati e le autorità hanno inasprito le già esistenti restrizioni arbitrarie ai diritti alla libertà d’espressione e di riunione pacifica, aumentando gli arresti per attività online. La nuova legge sulle associazioni e le Ngo è stata promulgata nonostante la società civile abbia protestato perché le nuove norme minacciavano il diritto alla libertà d’associazione; non era chiaro come la legge sarebbe stata applicata.
 
In Vietnam, lo stato ha controllato i mezzi d’informazione, la magistratura e le istituzioni politiche e religiose; decine di prigionieri di coscienza sono rimasti incarcerati in condizioni difficili al termine di processi iniqui. Sono aumentate le segnalazioni di molestie, detenzioni arbitrarie a breve termine e aggressioni fisiche a membri della società civile.
 
A luglio, le autorità cinesi hanno lanciato una massiccia repressione contro gli avvocati per i diritti umani, che è proseguita per tutto il resto dell’anno. Gli attivisti, i difensori dei diritti umani e le loro famiglie sono stati sistematicamente sottoposti a vessazioni, intimidazioni, arresti arbitrari e violenza.
 
Lo spazio per la società civile, i difensori dei diritti umani e la libertà d’espressione si è ridotto anche in tutto il sud dell’Asia. Il Pakistan è rimasto uno dei paesi più pericolosi al mondo per i giornalisti, continuamente nel mirino degli attacchi dei gruppi armati, comprese uccisioni, e senza una protezione adeguata da parte del governo. Il Bangladesh è diventato sempre più pericoloso per coloro che esprimevano le loro opinioni, in un clima di repressione della libertà d’espressione che ha portato all’uccisione di diversi blogger ed editori laicisti. Anche le Ngo hanno subìto restrizioni legislative per aver criticato le autorità in Bangladesh e Pakistan. In India, le autorità hanno adottato leggi restrittive sui finanziamenti dall’estero per reprimere le Ngo critiche nei confronti del governo.
 
Hong Kong 17 aprile 2015. Protesta per la libertà di espressione in Cina © PHILIPPE LOPEZ/AFP/Getty Images
 
In Afghanistan, i difensori dei diritti umani sono stati impunemente presi di mira e hanno subìto violenze da parte di attori statali e non statali. Gli attori non statali sono stati accusati di coinvolgimento in attentati con granate, bombardamenti e uccisioni di difensori dei diritti umani. Il parlamento ha apportato modifiche a una legge sui mezzi di comunicazione di massa che potrebbero limitare ulteriormente la libertà d’espressione. Dopo che i talebani hanno preso il controllo della provincia di Kunduz a settembre, secondo quanto riportato, operatori dei mezzi d’informazione e donne attiviste per i diritti umani, il cui nome era comparso in una lista nera, sono state vittime di uccisioni di massa, stupri e perquisizioni.
 
Altrove, tra i governi intolleranti alle critiche pubbliche figurava anche quello del Giappone, dove a dicembre 2014 era entrata in vigore una legge sul segreto di stato che avrebbe potuto limitare eccessivamente il diritto di accedere alle informazioni in possesso delle autorità. Il governo della Corea del Sud ha esteso l’applicazione della legge sulla sicurezza nazionale a ulteriori gruppi di persone, tra cui i politici, con una mossa che rischiava di limitare ulteriormente la libertà d’espressione. Le autorità dell’Indonesia hanno utilizzato una legge su Internet per rendere reato alcune forme di libertà d’espressione, con conseguenti condanne e incarcerazioni di persone che avevano semplicemente condiviso le loro opinioni online.
 
Anche nel Myanmar sono state intensificate le limitazioni all’attivismo pacifico e al dissenso, con decine di prigionieri di coscienza arrestate e centinaia di persone incriminate per aver pacificamente esercitato i loro diritti alla libertà d’espressione e di riunione. Tra queste c’erano studenti, attivisti politici, operatori dell’informazione e difensori dei diritti umani, in particolare sindacalisti e attivisti per la terra.

In Malesia, i mezzi d’informazione hanno subìto restrizioni e gli attivisti sono stati vittime d’intimidazioni e vessazioni. La sentenza di un tribunale federale, che ha confermato la costituzionalità della legge sulla repressione della sedizione, impiegata in questi ultimi anni per arrestare e detenere arbitrariamente decine di difensori dei diritti umani e altre persone, ha ulteriormente minato la libertà d’espressione.

torna su

TORTURA E ALTRI MALTRATTAMENTI

Tortura e altri maltrattamenti sono stati segnalati in numerosi paesi della regione, tra cui Corea del Nord, Isole Figi, Filippine, Indonesia, Malesia, Mongolia, Nepal, Thailandia, Timor Est e Vietnam. L’impunità per i responsabili è stata la norma in tutti i paesi.
 
Tortura e altri maltrattamenti sono rimasti molto diffusi in Cina durante la detenzione e gli interrogatori.
 
Il governo dell’Afghanistan ha adottato misure per l’istituzione di un piano d’azione nazionale per eliminare la tortura; l’agenzia d’intelligence ha emesso un ordine che ribadiva il divieto di utilizzarla, sebbene tortura e altri maltrattamenti per mano di agenti di sicurezza siano rimasti diffusi in tutto il sistema carcerario.
 
Bangkok, Tailandia, agosto 2015. Commemorazione delle vittime dell'attentato di Erawan Shrine. Nicolas Axelrod/Getty Images
 
In India sono stati segnalati tortura e altri maltrattamenti in custodia e anche casi di decessi a causa delle torture. Con una mossa positiva, la Corte suprema ha indicato a tutti gli stati d’installare telecamere a circuito chiuso in tutte le carceri per prevenire la tortura e altre violazioni e il governo ha dichiarato che stava considerando di modificare il codice penale per riconoscere specificamente la tortura come reato.
 
Anche in Sri Lanka sono continuate le denunce di tortura e altri maltrattamenti di detenuti, comprese violenze sessuali e morti sospette in custodia. L’impunità è prevalsa per i casi del passato. Tuttavia, il nuovo governo ha promesso al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite che avrebbe emesso chiare istruzioni dirette a tutte le forze di sicurezza per ribadire che tortura e altri maltrattamenti erano vietati e che i responsabili sarebbero stati indagati e puniti.
 

torna su

CONFLITTI ARMATI

In alcune parti della regione Asia e Pacifico sono proseguiti i conflitti armati. In Afghanistan, l’aumento di insicurezza, insurrezioni e attività criminali ha provocato il ferimento o la morte di civili per mano dei talebani e altri gruppi armati e delle forze filogovernative. L’accertamento delle responsabilità per le uccisioni illegali da parte delle forze filogovernative e dei gruppi armati è stato praticamente inesistente.
 
A ottobre, le forze armate americane hanno bombardato un ospedale gestito dalla Ngo Medici senza frontiere nella città di Kunduz, uccidendo 22 persone, tra membri dello staff e pazienti; ci sono state forti richieste per avere un’indagine indipendente. I talebani hanno preso di mira o attaccato indiscriminatamente i civili e hanno in poco tempo preso il controllo della maggior parte della provincia di Kunduz.
 
Sono state avanzate accuse di violazioni, tra cui stupri e altri reati di violenza sessuale, contro membri dell’esercito del Myanmar, soprattutto nello stato di Kachin e nella parte settentrionale di quello di Shan, dove il conflitto armato è entrato nel quinto anno consecutivo. Attori statali e non statali sono stati accusati di violazioni del diritto internazionale umanitario e violazioni dei diritti umani, in un clima d’impunità.
 
In India, i gruppi armati hanno continuato a perpetrare abusi contro i civili, come negli stati di Jammu e Kashmir e nell’India centrale. Tuttavia, ad agosto è stato raggiunto uno storico accordo quadro di pace nel nord-est dell’India, tra il governo e l’influente gruppo armato Consiglio nazionale socialista del Nagaland (fazione Isak-Muivah).

La violenza armata è continuata nelle tre province meridionali tailandesi di Pattani, Yala e Narathiwat, così come in alcune aree della provincia di Songkhla.

torna su

IMPUNITÀ

In molti paesi della regione, la cronica e radicata incapacità di garantire la giustizia e d’individuare i responsabili delle violazioni e degli abusi dei diritti umani del passato e del presente è rimasta un grave problema.
 
In India è continuata l’impunità per le violazioni commesse dalle forze di sicurezza ed è rimasta in vigore una legislazione che garantiva l’effettiva immunità dai procedimenti giudiziari per le forze armate nello stato di Jammu e Kashmir e in parti dell’India nordorientale.
 
In Cambogia, le violazioni commesse dalla polizia durante le operazioni di controllo delle manifestazioni sono rimaste impunite, compresi i casi di decesso provocati dall’uso non necessario o eccessivo della forza, risalenti agli anni precedenti. Tra i casi irrisolti c’era quello del sedicenne Khem Saphath, visto per l’ultima volta vivo nel gennaio del 2014, probabilmente vittima di sparizione forzata e incluso tra le almeno cinque persone uccise durante un giro di vite da parte del governo. Il tribunale Khmer Rouge ha esaminato per la prima volta le prove relative all’accusa di genocidio nei confronti di Nuon Chea, ex comandante in seconda del regime dei khmer rossi, e di Khieu Samphan, ex capo di stato nello stesso periodo.
 
In Indonesia ricorreva il 50° anniversario delle violazioni dei diritti umani di massa del 1965 quando, a seguito di un fallito colpo di stato, l’esercito attaccò sistematicamente i membri del Partito comunista indonesiano e i suoi sospetti simpatizzanti. Non sono state garantite verità, giustizia e riparazione per le terribili violazioni dei diritti umani e la morte di un numero di persone stimato tra 500.000 e un milione. Il 2015 ha segnato anche il 10° anniversario della fine del devastante conflitto pluridecennale di Aceh, tra le forze governative indonesiane e il Movimento indipendentista per la liberazione di Aceh (Gerakan Aceh Merdeka), nel quale si stima che abbiano perso la vita tra 10.000 e 30.000 persone. Nonostante le prove che le violazioni da parte delle forze di sicurezza potessero costituire crimini contro l’umanità e che entrambe le parti potessero aver commesso crimini di guerra, poco è stato fatto per garantire la giustizia.

Al contrario, ci sono stati progressi verso il riconoscimento delle responsabilità in Sri Lanka. Un’indagine delle Nazioni Unite sui presunti abusi commessi durante gli ultimi anni del conflitto armato nel paese, comprese sparizioni forzate e attacchi militari contro i civili, ha concluso che queste violazioni, se portate dinanzi a una corte, potrebbero costituire crimini di guerra e/o crimini contro l’umanità. In seguito all’indagine sono state raccomandate riforme per affrontare le violazioni in corso e l’istituzione di un tribunale ibrido per processare i crimini di diritto internazionale; il governo si è detto d’accordo con tali raccomandazioni.

torna su

PERSONE IN MOVIMENTO

Rifugiati e richiedenti asilo hanno continuato a subire notevoli difficoltà nella regione Asia e Pacifico e oltre. I trafficanti di esseri umani nel golfo del Bengala hanno sottoposto migliaia di rifugiati e migranti a gravi abusi a bordo delle loro imbarcazioni. Alcune persone sono state colpite con armi da fuoco sulle barche, gettate in mare e lasciate affogare oppure sono morte per fame, disidratazione o malattie. Altre sono state picchiate, a volte per ore, per essersi mosse, aver chiesto cibo o di poter usare il bagno.
 
A maggio, il golfo del Bengala e il mare delle Andamane sono stati teatro di una crisi innescata dal giro di vite della Thailandia sul traffico di esseri umani, in seguito al quale i trafficanti hanno abbandonato in mare le persone, provocando un numero imprecisato di morti e lasciando migliaia di rifugiati e migranti bloccati per settimane, senza cibo, acqua e cure mediche.
 
Inizialmente, Indonesia, Malesia e Thailandia hanno respinto dalle loro coste imbarcazioni sovraffollate e impedito lo sbarco di migliaia di disperati e i governi della regione sono stati lenti a istituire operazioni di ricerca e soccorso. A seguito delle critiche internazionali, Indonesia e Malesia hanno permesso alle persone di sbarcare e le hanno accolte in via temporanea. Tuttavia, centinaia o addirittura migliaia di persone risultavano disperse, forse morte o forse vendute per il lavoro forzato. A fine anno, le pressanti richieste di una soluzione a lungo termine per i sopravvissuti erano ancora senza risposta poiché, nonostante l’Indonesia abbia impiegato risorse per ospitare migliaia di rifugiati e richiedenti asilo e per contribuire a soddisfarne i bisogni di base, il governo non aveva ancora chiarito se questi sarebbero potuti rimanere nel paese dopo maggio 2016.
 
A causa della continua insicurezza e del confitto armato in Afghanistan, quasi tre milioni di rifugiati afgani sono scappati, per lo più in Iran e Pakistan, e quasi un milione erano sfollati all’interno del paese, spesso vivendo in condizioni difficili in campi improvvisati.
 
L’Australia ha continuato a mostrare un approccio duro nei confronti di rifugiati e richiedenti asilo. Le misure messe in atto comprendevano il respingimento delle imbarcazioni, il refoulement e la detenzione obbligatoria a tempo indeterminato, anche in centri di accoglienza extraterritoriali a Papua Nuova Guinea e a Nauru. Una verifica indipendente nel centro di accoglienza a Nauru ha documentato denunce di stupri e altre violenze sessuali. Il governo ha accettato tutte le raccomandazioni della verifica e ha annunciato a ottobre che i richiedenti asilo non sarebbero più stati detenuti presso il centro. Amnesty International ha raccolto prove del coinvolgimento di pattuglie frontaliere marittime dell’Australia in attività criminali, comprese prove che i funzionari avevano pagato gli scafisti per portare in Indonesia i rifugiati e i migranti intercettati in mare.

In diversi paesi i lavoratori migranti sono stati maltrattati e discriminati. La Corea del Nord ha inviato almeno 50.000 persone a lavorare in paesi come Libia, Mongolia, Nigeria, Qatar e Russia, spesso in scarse condizioni di sicurezza e per un numero eccessivo di ore; i lavoratori ricevevano i salari attraverso il governo della Corea del Nord, che ne tratteneva una parte significativa.

torna su

CRESCENTE INTOLLERANZA RELIGIOSA ED ETNICA

Alcune autorità sono state colluse o non sono riuscite ad affrontare la crescente tendenza all’intolleranza, all’esclusione e alla discriminazione di natura religiosa ed etnica. Sono state segnalate violazioni in vari paesi della regione Asia e Pacifico, tra cui Laos, Myanmar, Pakistan, Sri Lanka e Vietnam.
 
Le autorità dell’Indonesia non sono riuscite a garantire che tutte le minoranze religiose fossero protette e potessero praticare la loro fede libere da paura, intimidazioni e aggressioni. Una comunità di musulmani sciiti, sgomberata forzatamente nel 2013 da un rifugio temporaneo nella provincia di Giava Orientale, è rimasta nel limbo per tutto il 2015; in precedenza era stata sgomberata con la forza dal villaggio da cui proveniva nel 2012, dopo aver subito attacchi da parte di una folla anti-sciita. Le autorità locali hanno impedito ai membri della comunità di tornare a meno che non si convertissero e divenissero sunniti. In un’altra parte del paese, le autorità locali della provincia di Aceh hanno demolito chiese cristiane e le violenze della folla hanno costretto circa 4.000 persone a fuggire nella provincia di Sumatra Settentrionale.
 
La libertà di religione è stata sistematicamente repressa in Cina, dove il governo ha condotto una campagna per la demolizione delle chiese e l’abbattimento delle croci cristiane nella provincia di Zhejiang, mentre i seguaci del Falun Gong sono stati perseguitati con detenzioni arbitrarie, processi iniqui, incarcerazione e tortura e altri maltrattamenti. Il governo ha mantenuto ampi controlli sui monasteri buddisti tibetani. Nella regione autonoma a maggioranza musulmana dello Xinjiang uiguro, il governo regionale ha emanato nuove regole per controllare più strettamente gli affari religiosi e vietare ogni pratica religiosa non autorizzata.

In India, le autorità non hanno agito per prevenire molti episodi di violenza religiosa e talvolta hanno contribuito alle tensioni con dichiarazioni radicali. Folle di persone hanno aggredito uomini musulmani sospettati di furto, contrabbando o macellazione di vacche; decine di artisti, scrittori e scienziati hanno protestato contro quello che hanno definito un clima di crescente intolleranza.

torna su

DISCRIMINAZIONE

La discriminazione è rimasta un motivo di preoccupazione in numerosi paesi e le autorità spesso non sono riuscite ad agire in modo efficace per proteggere le persone.
 
In India sono continuate discriminazioni e violenze dilaganti basate sul sistema delle caste e le caste dominanti hanno continuato a commettere violenza sessuale contro donne e ragazze dalit e adivasi. Qualche progresso si è avuto quando la camera bassa del parlamento ha approvato modifiche alla legge sulla prevenzione delle atrocità contro caste e tribù registrate, che ha introdotto alcuni nuovi reati, richiesto che fossero istituiti tribunali speciali per processarli e previsto protezione per le vittime e i testimoni.
 
In Nepal, la discriminazione è stata dilagante, anche per motivi di genere, casta, classe, origine etnica e religione, mentre in Australia la percentuale di nativi incarcerati era sproporzionata.

Le persone Lgbti hanno subìto discriminazioni diffuse e l’omosessualità è rimasta reato in molti paesi. Tuttavia, un distretto della capitale Tokyo è diventato il primo comune del Giappone ad approvare un’ordinanza per distribuire certificati che riconoscevano le unioni omosessuali, mentre la camera alta del parlamento indiano ha approvato una legge per proteggere i diritti delle persone transgender.

torna su

DIRITTI DI DONNE E RAGAZZE

In tutta la regione, le donne sono state spesso sottoposte a violenze, abusi e ingiustizie, comprese discriminazione e violazioni di genere e abusi dei diritti sessuali e riproduttivi.
 
In Nepal, la discriminazione di genere ha comportato una serie di impatti negativi sulle donne appartenenti a gruppi emarginati, tra cui la limitazione della capacità di controllare la loro sessualità e di fare scelte legate alla riproduzione, come ad esempio rifiutare un matrimonio precoce o vedersi garantire un’adeguata assistenza sanitaria prenatale e materna. Pregiudizi e discriminazione da parte di funzionari di polizia e autorità in India hanno continuato a dissuadere le donne dal denunciare la violenza sessuale e, nella maggior parte degli stati, ancora mancavano procedure operative standard per la polizia per affrontare la violenza contro le donne.
 
La violenza sessuale e di genere è rimasta molto diffusa in Papua Nuova Guinea, dove ci sono state continue segnalazioni di violenze e uccisioni di donne e bambini accusati di stregoneria. Il governo non ha intrapreso azioni preventive sufficienti.
 

torna su

PENA DI MORTE

Nonostante alcuni progressi negli ultimi anni per ridurre l’uso della pena di morte, diversi paesi l’hanno ancora applicata, anche con modalità in contrasto con il diritto e gli standard internazionali sui diritti umani. Alcuni paesi hanno ripreso a effettuare esecuzioni. 
 
A seguito di un attacco terroristico, il Pakistan ha toccato il vergognoso traguardo di più di 300 esecuzioni da quando ha revocato la moratoria sulle esecuzioni di civili nel dicembre 2014.
 
Ad agosto, la commissione giuridica indiana ha raccomandato che la pena di morte fosse abolita per tutti i reati, ad eccezione di quelli legati al terrorismo e al “dichiarare guerra allo stato”.
 
In Cina sono entrate in vigore modifiche al diritto penale che hanno ridotto il numero dei reati punibili con la morte. Anche se i mezzi d’informazione statali hanno affermato che questo era in linea con la politica del governo volta a mettere a morte un minor numero di persone, le modifiche non sono riuscite a rendere la normativa conforme alle leggi e agli standard internazionali sui diritti umani sul ricorso alla pena di morte. Le statistiche sull’utilizzo della pena di morte hanno continuato a essere classificate come segreti di stato.

Il parlamento della Mongolia ha adottato un nuovo codice penale che ha abolito la pena di morte per tutti i reati, con effetto dal settembre 2016.

torna su