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Rapporto Annuale 2016

Americhe - Panoramica

Messico - Iguala, 12 gennaio 2015. Un attivista tira un calcio allo scudo di un agente della polizia militare durante una manifestazione nella zona militare del 27esimo battaglione di fanteria a Iguala, nello stato di Guerrero. Gli attivisti e i parenti dei 43 studenti scomparsi dalla scuola di Ayotzinapa erano entrati nella zona militare, situata a meno di un miglio dal luogo della sparizione, per tentare di cercarli. © Jorge Lopez / Reuters

 

Gli eventi che si sono susseguiti nel 2015 hanno ben rappresentato la dimensione della crisi dei diritti umani in atto nella regione nelle Americhe. Una miscela fatta di discriminazione, violenza, disuguaglianza, conflitto, insicurezza, povertà, danni ambientali e incapacità di assicurare la giustizia alle vittime di violazioni dei diritti umani ha minacciato la tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali nella regione.
 
Sebbene la maggior parte degli stati avesse patrocinato e ratificato gli standard e i trattati internazionali sui diritti umani, la realizzazione di questi diritti si è dimostrata essere una promessa vana per milioni di persone, a conferma di una tendenza che negli ultimi due anni aveva visto una netta regressione dei diritti umani nella regione.
 
Una pervasiva cultura dell’impunità ha consentito ai perpetratori di violazioni dei diritti umani di operare senza preoccuparsi delle conseguenze, ha negato verità e riparazione a milioni di vittime e indebolito lo stato di diritto. L’impunità ha spesso trovato terreno fertile in apparati giudiziari e di sicurezza deboli, sottofinanziati e corrotti, con la mancanza di una volontà politica di tutelare la loro indipendenza e imparzialità.
 
Per tutto l’anno, le autorità hanno ripetutamente fornito una risposta militaristica a quelle che erano problematiche di natura sociale e politica, come la crescente influenza delle reti della criminalità e l’impatto delle società multinazionali sui diritti delle popolazioni native.
 
Tutto ciò in un contesto in cui i livelli di morti violente nella regione continuavano a essere elevatissimi. L’America Latina e i Caraibi comprendeva otto tra i 10 paesi più violenti al mondo e quasi un omicidio su quattro compiuto nel mondo si è verificato in uno di questi paesi: Brasile, Messico, Venezuela e Colombia. Soltanto 20 ogni 100 omicidi verificatisi in America Latina hanno portato a una condanna; in alcuni paesi, la percentuale era addirittura inferiore. La criminalità violenta era particolarmente diffusa in El Salvador, Guyana, Honduras, Giamaica, Trinidad e Tobago e Venezuela.
 
In tutta la regione, i diritti umani erano ormai sotto costante minaccia a causa della crescente influenza delle società multinazionali e del loro coinvolgimento in vari tipi di abusi, commessi soprattutto nell’ambito delle attività dell’industria estrattiva e di altre produzioni legate all’acquisizione del territorio e allo sfruttamento delle risorse naturali, situate prevalentemente su terreni appartenenti alle popolazioni native, ad altre minoranze etniche o comunità contadine e dunque oggetto di legittime rivendicazioni.
 
Sempre più spesso, conflitti di natura socio-ambientale hanno prodotto violenze e violazioni dei diritti umani. Difensori dei diritti umani e attivisti impegnati nella tutela della terra, nella difesa dei titoli di proprietà territoriale e delle risorse naturali hanno rischiato sempre più frequentemente di essere vittime di uccisioni, sparizioni forzate e altre azioni criminali. In Honduras, organizzazioni locali della società civile hanno subito attacchi violenti per mano di vigilantes legati a potenti proprietari terrieri. In Brasile, decine di persone sono state uccise a causa di conflitti scoppiati nel contesto di dispute sulla terra e dello sfruttamento delle risorse naturali.
 
Le discussioni dell’Oas per la definizione del testo di una proposta di Dichiarazione americana sui diritti delle popolazioni native, hanno affrontato una serie di ostacoli alla concreta partecipazione delle popolazioni native al dibattito e i tentativi di alcuni stati di affossare il progetto. I rappresentanti delle popolazioni native si sono ritirati dai negoziati, dopo che diversi stati avevano insistito per inserire nel testo del documento alcuni articoli che, in pratica, avrebbero appoggiato alcune legislazioni nazionali che non tenevano in debito conto la tutela dei diritti delle popolazioni native.
 
Nel frattempo, l’insicurezza, la violenza e la crisi economica in Messico e nell’America Centrale spingevano un numero crescente di persone, in particolare minori non accompagnati, ad abbandonare le loro abitazioni e ad attraversare i confini nazionali alla ricerca di condizioni di vita migliori o in fuga dalla violenza.
 
I difensori dei diritti umani hanno continuato a essere presi di mira a causa del loro lavoro. Schierarsi in difesa dei diritti umani si è spesso rivelata una scelta rischiosa e in alcuni casi anche letale, poiché molti governi della regione hanno eroso lo spazio per la società civile e criminalizzato il dissenso.
 
Una delle crisi più in rapida evoluzione a livello nazionale è senz’altro quella del Messico, su cui hanno gravato durante l’anno migliaia di denunce di tortura e altro maltrattamento, oltre che segnalazioni di esecuzioni extragiudiziali; a fine anno, non era stata fatta ancora luce sulla sorte di almeno 27.000 persone. A settembre, a un anno esatto dalla sparizione forzata di 43 studenti dell’istituto magistrale di Ayotzinapa, uno dei casi più allarmanti di violazioni dei diritti umani nella storia recente del Messico, le indagini continuavano a essere segnate da vizi e irregolarità.
 
In Venezuela, a un anno dalle imponenti manifestazioni in cui persero la vita 43 persone, altre centinaia rimasero ferite e a decine furono torturate o altrimenti maltrattate, nessuno dei responsabili è stato chiamato a rispondere davanti alla giustizia per i crimini commessi, mentre erano ancora in piedi le accuse contro coloro che erano stati arbitrariamente detenuti dalle autorità. A fine anno, nonostante le proteste fossero diminuite, a causa dell’intolleranza nei confronti del dissenso del governo venezuelano, i difensori dei diritti umani hanno affrontato minacce, vessazioni e aggressioni, mentre le forze di sicurezza hanno continuato a fare un uso eccessivo della forza per reprimere le proteste. Gli attacchi subiti da politici e attivisti dell’opposizione hanno messo in discussione la regolarità delle elezioni al congresso. Luis Manuel Diaz, un esponente politico locale dell’opposizione nello stato di Guárico, è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco durante un raduno poco prima delle elezioni.
 
La situazione dei diritti sessuali e riproduttivi in Paraguay, in particolare il caso di una ragazzina di 10 anni rimasta incinta in seguito a uno stupro di cui era accusato il patrigno, il quale avrebbe ripetutamente abusato di lei, ha attirato l’attenzione mondiale, evidenziando la necessità di abrogare la draconiana legge contro l’aborto vigente nel paese. Le autorità hanno negato alla ragazza la possibilità di abortire, malgrado gli evidenti rischi per la sua vita che un eventuale proseguimento della gravidanza avrebbe comportato.
 
La situazione dei diritti umani a Cuba era a un crocevia. L’anno verrà ricordato per la normalizzazione delle relazioni internazionali con Cuba, che per la prima volta ha partecipato al summit delle Americhe, oltre che per la storica stretta di mano tra il presidente cubano e quello statunitense e per la visita di stato di papa Francesco, nonché per i progressi ottenuti nel rilascio dei prigionieri di coscienza. Tuttavia le autorità cubane hanno continuato a soffocare il dissenso e a perseguire penalmente persone che avevano esercitato il diritto a esprimere pacificamente le loro opinioni.
 
In Brasile, la costruzione d’infrastrutture per i Giochi olimpici del 2016 ha determinato continui sgomberi di persone dalle loro abitazioni a Rio de Janeiro, senza adeguato preavviso, forme di compensazione economica o soluzioni abitative alternative.
 
Il 2015 è stato anche un anno di sviluppi positivi. In Colombia, i colloqui di pace tra il governo e le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Fuerzas armadas revolucionarias de Colombia – Farc) hanno continuato a registrare progressi significativi, che hanno aumentato le speranze di una prossima conclusione del cinquantennale conflitto armato del paese.
 
Il governo della Giamaica ha finalmente istituito una commissione d’inchiesta sulle violazioni dei diritti umani che erano state compiute durante lo stato d’emergenza del 2010, quando le forze di sicurezza uccisero 76 persone, comprese 44 che, secondo le accuse, sono state vittime di esecuzione extragiudiziale. Il presidente del Perù ha ratificato la legislazione istitutiva di un meccanismo nazionale per la prevenzione della tortura e di un registro nazionale delle vittime di sterilizzazione forzata negli anni Novanta.
 
Gli Usa hanno accettato molte delle raccomandazioni dell’Upr delle Nazioni Unite, espresse durante l’analisi della situazione dei diritti umani del paese, ribadendo ancora una volta di essere favorevoli alle richieste che esortavano l’amministrazione Usa a chiudere il centro di detenzione di Guantánamo Bay, a Cuba, ratificare la Cedaw e accertare le responsabilità sui casi di tortura. Tuttavia, a fine anno nessuna delle suddette raccomandazioni era stata implementata.

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PUBBLICA SICUREZZA E DIRITTI UMANI

L’aumento della violenza e dell’influenza degli attori non statali, fra tutti le reti criminali e le società multinazionali che spesso hanno potuto operare nell’impunità, hanno continuato a rappresentare una considerevole sfida alla capacità dei governi della regione di tutelare i diritti umani dei loro cittadini. Gli sforzi per controllare le reti della criminalità organizzata, anche tramite lo schieramento occasionale delle forze armate, hanno determinato gravi violazioni dei diritti umani e l’introduzione di indebite restrizioni alle libertà d’espressione e di riunione pacifica.
 
Episodi di uso eccessivo della forza da parte della polizia e delle altre forze di sicurezza sono stati segnalati in paesi come Bahamas, Brasile, Cile, Repubblica Dominicana, Ecuador, Guyana, Giamaica, Trinidad e Tobago e Venezuela.
 
Le forze di sicurezza brasiliane hanno fatto spesso ricorso all’uso eccessivo o non necessario della forza per sedare le proteste. Il numero di uccisioni durante le operazioni di polizia è rimasto alto e raramente questi episodi sono stati oggetto d’indagine; la mancanza di trasparenza ha reso spesso impossibile determinare il numero di persone uccise. Agenti di polizia fuori servizio si sarebbero inoltre resi responsabili di uccisioni illegali, prendendo parte alle azioni degli squadroni della morte, attivi in diverse città. In Messico, le autorità hanno definito come episodi di fuoco incrociato in cui erano implicate le forze di polizia o dell’esercito alcuni casi che presentavano invece le caratteristiche tipiche di esecuzioni extragiudiziali.
 
Le proteste antigovernative organizzate a livello nazionale per tutto l’anno in Ecuador sono state segante da scontri tra manifestanti e le forze di sicurezza, che avrebbero fatto uso eccessivo della forza e attuato arresti arbitrari.
 
Ferguson, Missouri, 10 agosto 2015. Proteste contro la polizia © Lucas Jackson/Reuters
 
In Perù, coloro che si opponevano ai progetti dell’industria estrattiva sono stati vittime d’intimidazioni, uso eccessivo della forza e arresti arbitrari. Sette manifestanti sono morti sotto gli spari delle forze di sicurezza in circostanze tali da far ritenere che le autorità di pubblica sicurezza intervenute avessero fatto un uso eccessivo della forza.
 
Negli Usa, almeno 43 persone sono decedute durante l’anno in seguito all’impiego di pistole taser da parte della polizia e in diverse città si sono svolte proteste contro l’uso eccessivo della forza da parte degli agenti locali. Ancora una volta le autorità non hanno provveduto a fornire statistiche precise circa il numero di persone uccise ogni anno negli Usa per mano delle forze di sicurezza.
 
In Venezuela, le operazioni di pubblica sicurezza lanciate dalle autorità per contrastare gli elevati tassi di criminalità hanno destato preoccupazione per il possibile uso eccessivo della forza, comprese esecuzioni extragiudiziali, oltre che per gli arresti arbitrari e gli sgomberi forzati nei confronti di sospetti criminali e delle loro famiglie.

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ACCESSO ALLA GIUSTIZIA E LOTTA PER PORRE FINE ALL’IMPUNITÀ

Nella regione, la negazione di un effettivo accesso alla giustizia a decine di persone ha gravemente danneggiato i loro diritti umani, in special modo quelli delle comunità maggiormente disagiate ed emarginate.
 
L’impunità è rimasta pervasiva in Honduras, alimentata da un sistema di giustizia penale inefficace che, unito alla corruzione e alle violazioni dei diritti umani della polizia, ha contribuito alla generale mancanza di fiducia nelle istituzioni preposte all’applicazione della legge e della giustizia. Il governo ha annunciato che avrebbe contrastato la corruzione e l’impunità con il varo di un’iniziativa congiunta con l’Oas, finalizzata a riformare il sistema giudiziario.
 
In Cile, i casi giudiziari riguardanti l’uso della violenza da parte della polizia e violazioni dei diritti umani in cui erano coinvolti membri delle forze di sicurezza sono rimasti sotto la giurisdizione dei tribunali militari, malgrado i dubbi sollevati circa l’imparzialità e l’indipendenza di questo tipo di tribunali e nonostante gli impegni assunti dalle autorità di riformare il sistema di giustizia militare. 
 
C’è stata una continua mancanza di volontà politica di confrontarsi con i casi di violazioni dei diritti umani rimasti irrisolti, in particolare con le migliaia di sparizioni forzate e uccisioni di matrice politica avvenute nella seconda metà del XX secolo, e di far valere i diritti delle vittime a ottenere verità, giustizia e riparazione.
 
In Bolivia, le misure adottate per assicurare verità, giustizia e riparazione per le vittime delle violazioni dei diritti umani compiute durante le giunte militari e i regimi autoritari del passato sono rimaste limitate, nonostante l’impegno assunto dalle autorità boliviane per la creazione di una commissione di verità. In Argentina, le udienze pubbliche dei procedimenti giudiziari per i crimini contro l’umanità che furono perpetrati all’epoca del regime militare tra il 1976 e il 1983 hanno portato a otto nuovi verdetti di colpevolezza. Tuttavia, coloro che nel settore pubblico, in quello privato o giudiziario si resero complici di violazioni dei diritti umani e di crimini di diritto internazionale continuavano a eludere la giustizia.
 
Città del Messico, 26 settembre 2015. Protesta per i 43 studenti spariti nello stato del Guerrero © Brett Gundlock/ Boreal Collective /Getty Images 
 
 
In Cile, era in corso ancora oltre un migliaio di casi giudiziari riguardanti violazioni dei diritti umani compiute in passato; le organizzazioni delle vittime hanno condannato il lento avanzamento delle indagini giudiziarie finalizzate a stabilire la verità per le migliaia di vittime di sparizioni forzate. Tuttavia, durante l’anno diversi ex ufficiali militari sono stati formalmente incriminati, anche in relazione al rapimento e l’uccisione del cantante e attivista politico Victor Jara, avvenuta nel 1973.
 
Una corte d’appello di Città del Guatemala ha stabilito che il decreto d’amnistia del 1986 non era applicabile ai casi di crimini contro l’umanità e genocidio. Di conseguenza, il caso giudiziario a carico dell’ex presidente capo di stato maggiore dell’esercito del Guatemala, José Efraín Rios Montt, ha potuto procedere.
 
A Panama, il processo a carico dell’ex presidente Manuel Noriega per la sparizione forzata di Heliodoro Portugal è stato sospeso, dopo che l’avvocato di Manuel Noriega aveva depositato un ricorso sostenendo che il processo a carico del suo cliente violava i termini della sua estradizione. Restava da chiarire se a questo punto il procedimento sarebbe comunque proseguito.
 
Ad Haiti, dopo la morte nel 2014 dell’ex presidente Jean-Claude Duvalier, le indagini relative alle accuse di crimini contro l’umanità commessi sotto il suo regime (1971-1986) hanno registrato scarsi progressi.

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TORTURA E ALTRI MALTRATTAMENTI

La regione delle Americhe è dotata di alcuni dei più solidi strumenti legislativi e meccanismi di controllo relativi alla tortura, sia a livello delle singole nazioni sia sul piano regionale. Ciononostante, nell’area la tortura e altri maltrattamenti sono rimasti diffusi e raramente le autorità hanno saputo assicurare alla giustizia i responsabili o fornire adeguata riparazione alle vittime. Trattamenti crudeli, disumani e degradanti sono stati abitualmente impiegati nelle carceri o durante le fasi dell’arresto e sono stati prevalentemente utilizzati contro sospetti criminali allo scopo di infliggere punizioni o estorcere confessioni.
 
In Argentina, le denunce di tortura, comprendenti tra l’altro l’impiego di pungoli elettrici per il bestiame, semiasfissia tramite una busta di plastica o immersione in acqua e isolamento prolungato, non sono state indagate dall’autorità giudiziaria e continuava a mancare un sistema nazionale per la protezione dei testimoni. In Bolivia, l’assenza di un meccanismo indipendente di registrazione e indagine delle denunce di tortura ha dissuaso le vittime dal chiedere giustizia e riparazione.
 
Uno scatto del set di fotografie della campagna contro la tortura in Messico 
 
Il Messico è stato sottoposto a vaglio internazionale quando a marzo il Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura ha presentato il suo rapporto sul paese al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, descrivendo la tortura e l’impunità tra la le forze di polizia e di sicurezza come fenomeni generalizzati.
 
Tortura e altri maltrattamenti sono rimasti endemici all’interno degli istituti di pena del Brasile e sono stati frequentemente segnalati casi anche contro ragazzi che ragazze.
 
Le condizioni carcerarie erano particolarmente dure nelle Bahamas, in Bolivia, Brasile, Haiti, Giamaica, Usa e Venezuela, dove i penitenziari erano caratterizzati da sovraffollamento, violenza e in alcuni casi anche da mancanza di cibo e acqua.

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RIFUGIATI, RICHIEDENTI ASILO E MIGRANTI

A causa della crescente crisi umanitaria nella regione, migranti e rifugiati, specialmente minori non accompagnati, hanno attraversato l’area del Centroamerica e il Messico per tentare di raggiungere gli Usa, affrontando il rischio di gravi violazioni dei diritti umani o, ancor più spesso, di detenzione in condizioni molto dure. I migranti in viaggio attraverso il Messico hanno frequentemente rischiato di essere uccisi, rapiti e di subire estorsioni da parte di bande criminali, che spesso hanno agito in collusione con funzionari pubblici. Donne e ragazze sono state particolarmente a rischio di violenza sessuale e della tratta di esseri umani.
 
Negli Usa, durante l’anno, decine di migliaia di nuclei familiari e minori non accompagnati sono stati catturati dalle autorità mentre tentavano di attraversare il confine meridionale. Le famiglie sono state detenute anche per mesi in attesa dell’esito delle loro richieste di soggiorno negli Usa, molte all’interno di strutture prive di adeguata assistenza medica, servizi igienici, acqua e senza poter accedere all’assistenza di un legale.
 
In altre aree, la discriminazione contro i migranti e i loro discendenti è rimasta pervasiva e gli stati hanno mostrato scarsa volontà politica di affrontare un’esclusione tanto radicata.
 
Nella Repubblica Dominicana, nonostante l’applicazione di una legislazione che si proponeva di risolvere la loro situazione, molte persone di origine haitiana sono rimaste apolidi, dopo che la loro cittadinanza dominicana era stata arbitrariamente e retroattivamente revocata in seguito a una sentenza della Corte costituzionale del 2013. Quando le autorità dominicane hanno annunciato che le espulsioni dei migranti irregolari sarebbero ricominciate a partire da giugno, decine di migliaia di migranti haitiani hanno deciso di ritornare ad Haiti, principalmente per paura di essere espulsi con violenza o spinti dai comportamenti omofobi di datori di lavoro o vicini di casa; centinaia hanno trovato una sistemazione all’interno di campi improvvisati, situati lungo il confine.
 
Nelle Bahamas, sono stati segnalati arresti arbitrari e abusi nei confronti dei migranti. Il parlamento ha approvato un pacchetto di riforme in materia di immigrazione che poteva potenzialmente impedire ai figli di migranti irregolari nati nelle Bahamas di ottenere la cittadinanza del paese, esponendoli pertanto al rischio di apolidia.
 
A luglio, il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha esortato il Canada a riferire entro un anno in merito a una serie di preoccupazioni in materia di diritti umani di migranti e rifugiati. In uno sviluppo positivo, il nuovo governo ha annunciato che i tagli al programma sanitario federale provvisorio per i rifugiati e richiedenti asilo sarebbero stati revocati e che i sussidi per la copertura sanitaria sarebbero stati ripristinati.
 
Ad agosto, all’incirca 2000 cittadini colombiani sono stati espulsi dal Venezuela, senza alcuna possibilità di impugnare il provvedimento d’espulsione o di raccogliere le loro cose; tra gli espulsi c’erano anche rifugiati e richiedenti asilo. In alcuni casi, i bambini sono stati separati dai loro genitori. Decine di persone sono state sgomberate con la forza o sono rimaste senzatetto dopo che le autorità avevano distrutto le loro case e alcune, sottoposte a fermo, sono state maltrattate.
 
A dicembre, la Commissione interamericana sui diritti umani ha espresso preoccupazione per la vulnerabilità degli oltre 4500 migranti cubani bloccati sul confine tra Costa Rica e Nicaragua, con accuse di abusi da parte delle autorità nicaraguensi; la Commissione ha chiesto agli stati dell’America Centrale di permettere un passaggio sicuro e legale ai cubani che viaggiavano verso gli Usa via terra.

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DIRITTI DELLE POPOLAZIONI NATIVE

Nonostante il fatto che tutti gli stati della regione avessero dato la loro adesione alla Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti delle popolazioni native del 2007, le violazioni dei diritti umani, come aggressioni, uso eccessivo della forza e omicidi, sono rimaste una realtà quotidiana per le comunità native dell’intera area delle Americhe, minacciando il loro diritto alla terra ancestrale, al territorio e allo sfruttamento delle risorse naturali, alla loro cultura e in definitiva la loro stessa esistenza.
 
Povertà, esclusione, disuguaglianza e discriminazione hanno continuato a colpire migliaia di persone in paesi come Argentina, Bolivia, Canada, Cile, Colombia, Messico, Paraguay e Perù. Sia attori statali sia non statali, come imprese e potenti proprietari terrieri, hanno continuato a cacciare queste popolazioni dalle loro terre in nome dello sviluppo economico.
 
I programmi di sviluppo, così come i progetti dell’industria estrattiva, hanno spesso comportato la negazione del diritto delle popolazioni native a una reale consultazione e a un consenso libero, anticipato e informato e hanno minacciato la loro cultura e il loro ambiente, causando lo sfollamento di intere comunità.
 
In Brasile, gli attacchi nei confronti di membri delle comunità native sono rimasti frequenti e raramente i responsabili sono stati assicurati alla giustizia. Un emendamento alla costituzione, che avrebbe trasferito la competenza della demarcazione delle terre native dall’esecutivo alla camera legislativa, minacciava di avere un impatto negativo sull’accesso delle popolazioni native alle loro terre ancestrali. A fine anno, l’emendamento era in attesa di ottenere l’approvazione del senato.
 
La Corte suprema del Paraguay ha respinto per la seconda volta un ricorso costituzionale presentato da un proprietario terriero che chiedeva la revoca della legge sull’espropriazione del 2014, con cui era stata approvata la restituzione della terra alla comunità sawhoyamaxa. A fine anno si attendeva ancora l’esito di una causa intentata dalla comunità contro l’occupazione della loro terra da parte dei dipendenti del proprietario terriero.
 
Le autorità dell’Ecuador hanno continuato a non conformarsi pienamente alla sentenza emessa dalla Corte interamericana dei diritti umani nel 2012 a favore della popolazione kichwa del Sarayuku, che tra l’altro ordinava la completa rimozione dell’esplosivo abbandonato sul territorio della comunità e l’emanazione di una specifica legislazione per regolamentare il diritto delle popolazioni native a un consenso libero, anticipato e informato in merito a leggi, procedure e provvedimenti aventi un impatto sui loro mezzi di sussistenza.

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DIFENSORI DEI DIRITTI UMANI A RISCHIO

Sono proseguiti in tutta la regione gli attacchi contro difensori dei diritti umani, avvocati, giudici, testimoni e giornalisti, con un sempre più frequente uso improprio della giustizia come metodo di repressione del lavoro dei difensori dei diritti umani. Rari sono stati i progressi ottenuti nelle indagini inerenti questo tipo di abusi o nell’assicurare alla giustizia i loro responsabili.
 
In molti paesi della regione delle Americhe essere un difensore dei diritti umani comportava di per sé un elevato rischio di subire abusi e violenza. Coloro che erano impegnati nella lotta contro l’impunità e nella difesa dei diritti delle donne e delle popolazioni native erano particolarmente a rischio di subire rappresaglie a causa del loro lavoro.
 
In Colombia, i difensori dei diritti umani erano a grave rischio di attacchi, principalmente per mano dei paramilitari.
 
In Venezuela, i difensori dei diritti umani sono stati abitualmente al centro di attacchi verbali da parte delle autorità. Quelle di Cuba hanno imposto gravi restrizioni alle libertà fondamentali e sono stati segnalati migliaia di casi di vessazione di persone critiche verso il governo, oltre che arresti e detenzioni arbitrari. In Ecuador, i difensori dei diritti umani e in generale coloro che avevano apertamente criticato le politiche del governo sono incorsi in attacchi, sanzioni amministrative e accuse penali infondate; i mezzi d’informazione hanno continuato a essere multati ai sensi di una legislazione in materia di telecomunicazioni che veniva potenzialmente utilizzata per indebolire la libertà d’espressione. Le autorità della Bolivia hanno screditato il lavoro delle Ngo, oltre che dei difensori dei diritti umani, e hanno inoltre imposto rigidi regolamenti per il rilascio della registrazione alle Ngo.
 
In Guatemala, i difensori dei diritti umani, specialmente leader comunitari e manifestanti impegnati nella difesa dell’ambiente e dei diritti alla terra che si erano opposti a megaprogetti idroelettrici e minerari, sono incorsi in continue aggressioni, minacce, vessazioni e intimidazioni.
 
In Honduras, in un contesto caratterizzato da un clima generale di violenza e criminalità, i difensori dei diritti umani, in particolare se donne, sono incorsi in minacce e aggressioni che raramente sono state oggetto d’indagine e sono stati al centro di vessazioni giudiziarie. Il congresso ha approvato una legge sulla protezione dei difensori dei diritti umani, dei giornalisti e di altre categorie che poteva rappresentare un importante passo avanti. Un gruppo di organizzazioni della società civile ha però espresso preoccupazione per l’ambiguità e la mancanza di trasparenza delle norme attuative della bozza legislativa, chiedendo di rinviare di parecchi mesi la sua approvazione.
 
Spesso le misure elaborate dagli stati per proteggere i difensori dei diritti umani sono state applicate in maniera superficiale oppure del tutto ignorate. In Brasile, il programma nazionale per la protezione dei difensori dei diritti umani non è riuscito a fornire la protezione che le sue disposizioni si proponevano di assicurare e la sua implementazione è stata ostacolata dalla cronica mancanza di risorse. Raramente i casi di minacce, aggressioni e uccisioni il cui obiettivo erano i difensori dei diritti umani sono stati oggetto d’indagine, rimanendo pertanto spesso impuniti. In Messico, il meccanismo federale per la protezione dei difensori dei diritti umani e dei giornalisti era sottofinanziato e privo di coordinamento; queste carenze hanno lasciato difensori dei diritti umani e giornalisti senza adeguata protezione, in un contesto di persistente impunità per questo tipo di attacchi e aggressioni violente.

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DIRITTI DI DONNE E RAGAZZI

Il tema della crescente violenza contro le donne ha continuato a rappresentare una delle principali sfide per i diritti umani in tutta la regione. Poco è stato fatto per far fronte a questa problematica, con gli stati dell’area che hanno continuato a non inserire nei primi punti delle loro agende politiche la protezione di donne e ragazze da stupri, minacce e omicidi e il perseguimento dei responsabili di questo tipo di abusi. L’applicazione delle leggi è stata lenta e frammentaria.
 
Elevati livelli di violenza di genere sono stati segnalati in Guatemala, Guyana, El Salvador, Giamaica e Trinidad e Tobago, solo per citarne alcuni. L’applicazione della legislazione del 2007 che criminalizzava questo tipo di abusi in Venezuela ha continuato a dimostrarsi lenta, a causa essenzialmente della mancanza di risorse. Negli Usa, le donne native americane e le donne native dell’Alaska hanno continuato a subire livelli sproporzionalmente elevati di violenza, essendo 2,5 volte più a rischio di essere vittime di uno stupro o di un’aggressione sessuale rispetto a qualsiasi altra donna del paese. Nel Salvador, tra gennaio e ottobre le donne vittime di omicidio sono state 475, un dato in aumento rispetto alle 294 del 2014.
 
Le violazioni dei diritti sessuali e riproduttivi hanno avuto un notevole impatto sulla salute di donne e ragazze. A fine anno, erano sette i paesi della regione, Cile, Repubblica Dominicana, El Salvador, Haiti, Honduras, Suriname e Nicaragua, a prevedere ancora nel proprio ordinamento il divieto assoluto d’aborto o a non essersi ancora dotati di uno strumento legislativo finalizzato a proteggere specificatamente la vita della donna. In Cile, a fine anno era ancora all’esame del congresso un progetto di legge per depenalizzare l’aborto in determinate circostanze. Nella Repubblica Dominicana, la Corte costituzionale ha cassato alcuni emendamenti al codice penale che depenalizzavano l’aborto in determinate circostanze. In Perù, un progetto di legge per depenalizzare l’aborto nei casi di stupro è stato rigettato da una commissione costituzionale del congresso.
 
In Argentina, donne e ragazze hanno incontrato ostacoli nell’accesso all’aborto legale. In Brasile, nuove leggi ed emendamenti costituzionali minacciavano di far arretrare i progressi ottenuti nel campo dei diritti sessuali e riproduttivi e dei diritti delle donne. Alcuni progetti di legge proponevano di considerare l’aborto un reato in ogni circostanza o avrebbero di fatto impedito l’accesso a un aborto legale e sicuro.
 
Anche quando la legge consentiva in determinate circostanze di accedere all’aborto terapeutico, il protrarsi delle procedure giudiziarie hanno reso l’accesso a un aborto sicuro praticamente impossibile, specialmente per quelle donne che non potevano permettersi di abortire presso strutture private. Il limitato accesso alla contraccezione e all’informazione riguardante le tematiche sessuali e riproduttive è rimasto motivo di preoccupazione, in particolare per le donne e ragazze più emarginate.
 
In Bolivia, hanno continuato a destare preoccupazione gli elevati tassi di mortalità materna, in particolare nelle zone rurali.
 
In Colombia, tutte le parti in conflitto, le forze governative da un lato e le Farc dall’altro, si sono rese responsabili di reati di violenza sessuale; soltanto in pochissimi casi i presunti perpetratori sono stati assicurati alla giustizia.

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DIRITTI DELLE PERSONE LESBICHE, GAY, BISESSUALI, TRANSGENDER E INTERSESSUATE

Nonostante i progressi ottenuti con l’introduzione negli ordinamenti nazionali di alcuni paesi di legislazioni che vietavano la discriminazione per motivi legati all’orientamento sessuale e l’identità di genere, le persone Lgbti hanno continuato a subire discriminazioni e violenze in varie parti della regione.
 
In Argentina, diverse donne transgender sono state vittime di omicidi rimasti irrisolti, mentre nella Repubblica Dominicana sono stati segnalati crimini d’odio, compreso omicidio e stupro, contro persone Lgbti. In altri paesi, tra cui El Salvador, Guyana, Honduras, Trinidad e Tobago e Venezuela hanno continuato a destare preoccupazione gli episodi di violenza e discriminazione contro le persone Lgbti.
 
In Giamaica, i rapporti sessuali consensuali tra uomini sono rimasti reato e giovani Lgbti erano rimasti senza tetto e sfollati dopo essere stati cacciati di casa a causa del loro orientamento sessuale o dell’identità di genere, mentre le autorità hanno continuato a non indagare sugli episodi di minacce e vessazioni di cui erano vittime le persone Lgbti. Tuttavia, l’anno ha visto anche uno sviluppo positivo: per la prima volta la Giamaica ha celebrato un Gay Pride, con il ministro della Giustizia che ha esortato alla tolleranza durante la celebrazione dell’evento, dichiarando pubblicamente il suo sostegno al diritto delle persone Lgbti di esprimersi pacificamente.

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CONFLITTO ARMATO

In Colombia, i colloqui di pace intercorsi durante l’anno tra il governo e le Farc sono stati senz’altro la migliore opportunità che le due parti hanno avuto in almeno 10 anni di porre finalmente fine al più lungo conflitto armato interno della regione. Tuttavia, durante l’anno entrambe le parti in conflitto si sono rese responsabili di crimini di diritto internazionale, oltre che di gravi violazioni dei diritti umani e abusi, principalmente contro le popolazioni native, le comunità afroamericane e contadine, i difensori dei diritti umani e i sindacalisti.
 
Le forze di sicurezza, i gruppi della guerriglia e i paramilitari hanno perpetrato, nella pressoché totale impunità, uccisioni illegali, sfollamenti forzati, sparizioni forzate, minacce di morte e reati di violenza sessuale. È proseguito il reclutamento di minori nelle file dei gruppi della guerriglia e dei paramilitari. I parenti delle vittime di violazioni dei diritti umani che si erano impegnati in campagne per ottenere giustizia, così come i membri di organizzazioni per i diritti umani che avevano offerto loro assistenza, sono incorsi in minacce di morte e altre gravi violazioni dei diritti umani.
 
Un cessate il fuoco unilaterale proclamato dalle Farc a luglio e la sospensione dei bombardamenti aerei da parte del governo contro avamposti delle Farc sono parsi alleviare alcuni degli effetti peggiori del conflitto sulla popolazione civile delle zone rurali.
 
A settembre, le due parti hanno raggiunto un’intesa sulla giustizia transizionale che sarebbe culminata nella firma ufficiale di un accordo entro marzo 2016. Ciononostante, rimaneva in dubbio se l’accordo, che a dicembre non era stato ancora reso pubblico, avrebbe garantito il diritto delle vittime a ottenere verità, giustizia e riparazione secondo quanto stabilito dal diritto internazionale, mentre permanevano preoccupazioni riguardo a nuova legislazione legata all’accordo che avrebbe potuto permettere a molti di coloro che erano sospettati di aver perpetrato violazioni dei diritti umani di eludere la giustizia.

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CONTROTERRORISMO E SICUREZZA

Ancora una volta, gli Usa sono stati l’unico paese della regione in cui sono state effettuate esecuzioni. Anche qui, tuttavia, lo slancio abolizionista contrario all’applicazione della pena di morte ha continuato lentamente ma progressivamente a crescere. 
 
Lo stato del Nebraska ha votato l’abolizione della pena di morte, anche se questa a fine anno rimaneva in sospeso dopo che coloro che si opponevano all’abrogazione avevano raccolto un numero sufficiente di firme per sottoporre la questione a referendum popolare nel 2016. Il governatore della Pennsylvania ha annunciato una moratoria sulle esecuzioni. A fine anno rimanevano in vigore moratorie sulle esecuzioni anche nello stato di Washington e in Oregon.

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PENA DI MORTE

Gli Usa sono stati l’unico paese della regione in cui sono state effettuate esecuzioni. Anche qui, tuttavia, lo slancio abolizionista contrario all’applicazione della pena di morte ha continuato a crescere, con l’annuncio a febbraio che il governatore dello stato di Washington non avrebbe più autorizzato esecuzioni finché fosse rimasto in carica. La decisione faceva seguito all’abolizione della pena capitale da parte del Maryland nel 2013, che aveva portato a 18 il numero degli stati abolizionisti all’interno degli Usa. Forti segnali facevano inoltre ritenere che sotto l’attuale governatore del Colorado non sarebbero state più effettuate esecuzioni.

Nei Caraibi, per la prima volta dagli anni Ottanta, in diversi stati dell’area i bracci della morte erano vuoti.

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